Benny Morris, "La prima guerra di Israele. Dalla fondazione al conflitto con gli Stati arabi 1947-1949", Rizzoli, 2007.

di Giulio Meotti

Protagoniste sono come sempre le masse arabe palestinesi che lasciarono le loro case alla vigilia della prima guerra di Israele. Spinte a fuggire, sia dalla reggenza araba in Medio Oriente, che aveva rigettato l'offerta di spartizione con gli ebrei e fomentato la guerra santa, sia dall'avanzata delle armate ebraiche che stavano combattendo la loro guerra per la sopravvivenza.
Il messaggio del nuovo libro dello storico israeliano Benny Morris è che il mondo arabo può perdere, come ha fatto, numerose guerre contro Israele.
A Israele non è concesso perderne neppure una.

Si intitola La prima guerra di Israele e lo ha pubblicato Rizzoli.
Negli anni Ottanta, Benny Morris si presentava come il paladino dei "nuovi storici israeliani".
Giovani studiosi nati e cresciuti nel nuovo stato, ma pronti a dissacrarne i miti fondatori a colpi di documenti e minuziose ricerche d'archivio. Da colomba che rifiutò la divisa del suo esercito, Morris divenne quindi un "revisionista" e un difensore delle ragioni israeliane, persino nella scelta di "trasferire" parte della popolazione palestinese (rilasciò una clamorosa intervista al quotidiano Haaretz). Il suo nuovo libro racconta l'emigrazione ebraica negli anni Venti e Trenta e la formazione del fragile esercito d'Israele, la predicazione antiebraica e il pogrom antisemita a Hebron quando ancora non c'era una "questione israelo-palestinese".
Ma anche i tanti incontri prebellici che svelano questa storia di odio ed espiazione. Come quello nel 1947 tra due diplomatici sionisti, Abba Eban e David Horowitz, con il segretario generale della Lega Araba, Abdul Rahman Azzam Pasha.

L'assemblea generale dell'Onu stava per adottare la soluzione dei due Stati per il problema palestinese, la divisione del paese in uno Stato per gli ebrei e uno per gli arabi. I diplomatici dissero ad Azzam: la comunità sionista in Palestina (che allora contava circa 600.000 anime) è "un fatto assodato", e gli arabi "devono essere tanto realisti da prenderne atto". Azzam, "sorpreso", rispose: "Voi potreste essere un dato di fatto per me, ma (per le popolazioni arabe) non lo siete, siete un fenomeno temporaneo. Secoli fa, i crociati si insediarono fra di noi contro la nostra volontà, e dopo duecento anni li abbiamo cacciati. Questo perché non abbiamo mai fatto l'errore di accettarli come un dato di fatto".

Azzam avrebbe annunciato una "guerra di sterminio" contro Israele. La ferita intima nel grande orgoglio arabo, causata dalla nascita del piccolo Stato degli ebrei nell'oceano arabo, marca ogni pagina di Morris.
Il saggio è una magnifica cronistoria di quell'affronto e di quella storica vittoria, la realizzazione in terra nemica di un grande sogno religioso e laico, alle origini socialista: il sionismo.

Morris però va oltre la storia, si inserisce nell'originario odio antigiudaico coltivato dagli albori dell'islam. Là dove i cristiani perseguitavano gli ebrei in quanto "deicidi", i musulmani li perseguitavano nel ripercorrere la "politica" formalizzata da una Sunna che vede Maometto uccidere a freddo nel 627 dopo Cristo, quinto anno dell'Egira, i 600 ebrei Banu Quraiza, ragazzi inclusi, con l'accusa di avere "violato il patto" con la comunità musulmana. Gli ebrei avevano "tradito" la grande polis musulmana.

L'intellighenzia europea non ha mai voluto comprendere che dietro il "rifiuto arabo di Israele" non c'era solo una questione nazionale, di terra, di diplomazia, ma anche e soprattutto un "a priori" teologico e antiebraico.
Secondo Morris il rifiuto arabo e islamico dello Stato di Israele, sin dall'inizio, dal 1917, da quando gli inglesi ne gettarono le basi per l'indipendenza, si basa su un millenario rifiuto antisemita di matrice religiosa. Come diceva l'ayatollah Khomeini, "fin dal principio il movimento islamico venne tormentato dagli ebrei, i quali diedero inizio alla loro attività reattiva, inventando falsità circa l'islam, attaccandolo e calunniandolo. Ciò è continuato sino ai nostri giorni". Un'analisi che Khomeini condivideva con tutti i fondamentalisti musulmani del Novecento, fossero essi sunniti o sciiti: Hassan al Banna e i suoi Fratelli musulmani (e con lui Yusuf al Qaradawi); il pachistano Abu ala al Mawdudi e i teologi wahabiti: "Il rifiuto del profeta Maometto da parte degli ebrei è riportato dal Corano ed è impresso nella psiche di chi è stato educato sulle sue sure". Come hanno detto i Fratelli musulmani nel 1948, "gli ebrei sono i nemici storici dei musulmani e nutrono un odio profondo per la nazione di Maometto". Questa mentalità antisemita non era limitata ai sovrani wahabiti o agli imam fondamentalisti. Secondo Morris fa parte del profondo arabo. La guerra del 1948 è stata una tappa significativa nel conflitto tra due movimenti, ma per Morris è anche stata "parte di una lotta più generale, globale, tra l'Oriente islamico e l'Occidente, in cui la terra di Israele-Palestina rappresentava, e rappresenta tuttora, uno dei fronti principali. Lo Yishuv si considerava, ed era universalmente visto dal mondo arabo, come l'incarnazione, l'avamposto dell'"Occidente".
Il conflitto del 1947-48 fu un'espressione del rifiuto, da parte degli arabi islamici, dell' Occidente e dei suoi valori e una reazione a quella che veniva considerata un'invasione colonialista europea sul "sacro suolo islamico". La guerra del 1948, per gli arabi, è stata una guerra di religione forse anche più che una guerra per rivendicare un territorio. In altri termini, il territorio era sacro: la sua violazione da parte di infedeli era una ragione sufficiente per muovere una guerra santa, e la riconquista una necessità decretata da Dio. Vi sono abbondanti prove del fatto che nel mondo arabo molti, se non quasi tutti, vedono questa lotta essenzialmente come una guerra santa. Nell'aprile del 1948 il mufti d'Egitto, lo sceicco Muhammad Mahawif, emise una fatwa secondo la quale la jihad in Palestina era dovere di tutti i musulmani. Il martirio per la Palestina rievocava, per i Fratelli musulmani, "il ricordo della battaglia di Badr... e anche le prime jihad islamiche per la diffusione dell'Islam e la liberazione della Palestina dai crociati per mano di Saladino". Già il 2 dicembre 1947 gli ulema dell'università di Al Azhar, rispondendo alla risoluzione dell'Onu sulla spartizione, invocarono una "jihad mondiale" contro lo Yishuv. Ancora il 12 dicembre 1948 gli ulema di Al-Azhar invitarono di nuovo alla jihad, chiedendo che si liberasse la Palestina dalle bande sioniste e la si restituisse agli abitanti cacciati dalle loro case. Gli eserciti arabi avevano "combattuto vittoriosamente nella convinzione di adempiere a un sacro dovere religioso". Il libro di Benny Morris ha questo grande merito di riconsegnarci una parte della storia volutamente dimenticata e cancellata, per troppo tempo nascosta dalla storiografia progressista e di ispirazione materialista, il cui valore testamentario è invece capitale per capire gli ultimi trent'anni di cultura islamista del rigetto di Israele, idea e destino oltre che geografia.

(Il Velino, 17 ottobre 2007)