Commento al commento di Ugo Volli

Ecco il commento di Ugo Volli sull'intervento di Benedetto XVI:

Oltre all'aspetto politico e storico, il discorso del Papa alla Sinagoga di Roma ha avuto un lato teologico, che ha occupato buona parte del suo spazio. Su questo piano il Papa ha sostenuto fra l'altro una tesi importante: in sintesi che la promessa fatta al popolo ebraico è eterna e sempre valida. E' un punto particolarmente significativo, perché da Paolo di Tarso in poi la Chiesa ha spesso preteso che, non avendo Israele riconosciuto la divinità di Gesù, esso è decaduto dalla sua missione ed ora è la Chiesa il "verus Israele". Questa teologia della sostituzione ha giustificato le violenze più o meno estreme che la Chiesa ha inferto agli ebrei a partire dall'impero di Costantino e fino all'Ottocento: i ghetti, i roghi di testi sacri, le espulsioni, le conversioni estorte e imposte, i pogrom e le stragi vere e proprie. A partire dal Pontificato di Giovanni XXIII la Chiesa ha riconosciuto che il messaggio evangelico non annulla

l'elezione di Israele, e dunque ha proposto un rapporto di "fratellanza" fra le due religioni. Nel discorso del papa questa tesi è espressa con grande chiarezza, insieme alle scuse per "antisemitismo e antigiudaismo", messi assieme com'è giusto. Più che il "velato" accenno al silenzio di Pio XII e l'assente rimando a Israele, è qui il contenuto positivo della visita.

Ugo Volli

(Informazione Corretta, 18 gennaio 2010)

COMMENTO - La tesi importante sostenuta dal Papa sarebbe che «la promessa fatta al popolo ebraico è eterna e sempre valida». Si direbbe che il commentatore la ritenga una novità perché - sostiene - «da Paolo di Tarso in poi la Chiesa ha spesso preteso che, non avendo Israele riconosciuto la divinità di Gesù, esso è decaduto dalla sua missione ed ora è la Chiesa il "verus Israele"».
Includere Paolo di Tarso in una frase come questa è uno scivolone storico-teologico non da poco. Gli sviluppi antiebraici che hanno portato alla teologia della sostituzione della Chiesa ufficiale sono la negazione dell'insegnamento di Paolo contenuto nella lettera ai Romani. Qualche citazione:

"Dico la verità in Cristo, non mento - poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo - ho una grande tristezza e una sofferenza continua nel mio cuore; perché io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne, cioè gli Israeliti, ai quali appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse" (Romani 9:1-4).

Paolo parla dei suoi "parenti secondo la carne", quindi degli ebrei di nascita, come "fratelli" e dice che "a loro", e non a qualche nuova istituzione cristiana, "appartengono [non appartenevano] l'adozione, la gloria, ecc."

«Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch'io sono Israelita, della discendenza d'Abraamo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha riconosciuto già da prima" (Romani 11:1-2).

«Infatti, fratelli [qui si rivolge ai cristiani gentili], non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità dei gentili; e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati». Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l'elezione, sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili" (Romani 11:25-29).

La frase del Papa «la promessa fatta al popolo ebraico è eterna e sempre valida» può soltanto essere intesa come un riferimento alle parole di Paolo "i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili". E qui il Papa avrebbe fatto bene ad aggiungere che per secoli la sua chiesa ha insegnato esattamente il contrario, e che anche da questo fatto sono scaturite quelle atrocità che l'illustre "Santo Padre" ha chiamato con delicatezza le "mancanze di suoi figli e sue figlie".

Gli intellettuali ebrei sanno essere profondi e acuti nella valutazione di fatti storico-politici, ma nei meandri della teologia cristiana non si muovono a loro agio, e quando sono costretti a farlo spesso assumono atteggiamenti goffi. Recentemente ho ascoltato un'interessante conferenza di Gad Lerner, in cui l'oratore si prefiggeva di favorire il dialogo ebraico-cristiano pur senza negare le differenze esistenti. L'oratore scorgeva segni di antisemitismo già nel Nuovo Testamento e si riferiva in proposito a un passo della lettera agli Ebrei in cui si parla di un nuovo patto:

«Dicendo: "Un nuovo patto", egli ha dichiarato antico il primo. Ora, quel che diventa antico e invecchia è prossimo a scomparire» (Ebrei 8:13).

In queste parole l'oratore scorgeva un contrasto fra l'antico patto, riguardante gli ebrei, e il nuovo patto, riguardante i cristiani. Come non riconoscere in questo accostamento una svalutazione del mondo ebraico nei confronti del mondo cristiano? Alla fine della conferenza mi sono avvicinato e gli ho chiesto: "Lei sa con chi è stato concluso il nuovo patto di cui si parla in quel passo?" Non ha risposto. Allora l'ho informato: «Con la casa d'Israele e con la casa di Giuda». In un primo momento ha tentato di negare, ma ha smesso quando gli ho spiegato che in quel passaggio della lettera agli Ebrei si cita un passo del profeta Geremia in cui si dice:

«Ecco, i giorni vengono, dice l'Eterno, che io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che fermai coi loro padri il giorno che li presi per mano per trarli fuori dal paese d'Egitto: patto ch'essi violarono, benché io fossi loro signore, dice l'Eterno; ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni, dice l'Eterno: io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo» (Geremia 31:31-33).

Non esiste dunque nessun nuovo patto fatto con i cristiani perché da Abramo in poi i patti di Dio sono stati fatti tutti e soltanto con Israele. Ed è proprio Paolo di Tarso che lo sottolinea quando dice che agli Israeliti, e non ai gentili, "appartengono i patti". Rivolgendosi ai secondi infatti dice:

«Perciò, ricordatevi che un tempo voi, gentili di nascita, chiamati i non circoncisi da quelli che si dicono i circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, non avendo speranza, ed essendo senza Dio nel mondo» (Efesini 2:11-12).

Il punto nodale che non è stato affrontato (ma poteva esserlo in quella sede?) sta nella continuazione:

«Ma ora, in Cristo Gesù, voi che già eravate lontani, siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Poiché è lui ch'è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto un solo ed ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia» (Efesini 2:13-14).

Per il buon andamento della cerimonia, l'elemento scomodo è stato messo da parte. Ma non pensino gli ebrei che è scomodo solo per loro, perché se alcuni lo hanno rifiutato apertamente, molti altri lo hanno accolto solo apparentemente, perché in realtà lo hanno rimodellato e strumentalizzato.

«Poiché i Giudei chiedono miracoli, e i Greci cercano sapienza; ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia; ma per quelli i quali son chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Corinzi 1:22-24).


Marcello Cicchese
(Notizie su Israele, 19 gennaio 2010)