| sui "mea culpa" del papa |
Editoriale
Domenica 12 marzo il papa ha chiesto perdono a Dio per i peccati commessi da alcuni figli della Chiesa. Abbiamo chiesto a Luigi Caratelli, responsabile nazionale del Centro Produzione delle Radio Avventiste italiane (RVS), di dirci le sue impressioni.
Il papa chiede perdono, ma neppure in casa cattolica sono tutti convinti che loperazione sia dettata da squisito spirito di umiltà e contrizione. Ad esempio, un vaticanista ortodosso quale Luigi Accattoli è costretto ad ammettere che nella grammatica delle esternazioni papali è "stato raggiunto una specie di compromesso linguistico che attribuisce colpe e peccati ai "figli della chiesa" e mai direttamente ad essa, neanche quando si tratta di uomini di chiesa o di suoi organismi ". Ugualmente Mario Alighiero Manacorda aveva fatto notare che per il "caso Galilei" il papa ha riconosciuto le colpe "di uomini e organismi di chiesa", e che, a suo tempo, lillustre scienziato dovette molto soffrire a causa di "certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno ai cristiani". Ci pare di notare, in accordo con il Manacorda, unestrema e sospettosa prudenza nel linguaggio: "Quello che è stato latteggiamento organico della chiesa cattolica per secoli viene ridotto a occasionali errori" e mai il papa, nella sua autocritica coinvolge la chiesa in quanto tale, ma sempre e soltanto "uomini e organismi cristiani". Nel documento sullebraismo durante la guerra mondiale, il pontefice addita genericamente, quali responsabili delle sofferenze degli ebrei, "alcuni cristiani" e conclude così: "Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli e figlie della chiesa".
Ugualmente in Camerun, il 13 agosto 1985, Woytila riconosce che "nel corso della storia uomini appartenenti a nazioni cristiane purtroppo non sempre si sono comportati così, e noi ne chiediamo perdono ai nostri fratelli africani che hanno tanto sofferto, per esempio per la tratta degli schiavi".
E a Parigi, il 23 agosto 1997, riferendosi alleccidio degli ugonotti, il pontefice afferma: "Dei cristiani hanno compiuto atti che il vangelo condanna".
Forse è il caso di ricordare che tra quei generici cristiani vi era anche un pontefice, Gregorio VIII, che celebrò il massacro con un solenne "Te Deum".
Non sono stati forse pontefici, vescovi e cardinali, e non "generici cristiani" a benedire le armi dei conquistadores e dei colonizzatori di tutti i tempi?
E allora a nome di chi chiedere perdono, e, soprattutto, per quale motivo? Il pontefice non può rendersi conto che dichiarandosi colpevole per errori di precedenti pontefici, ammette implicitamente che la chiesa può fallire? Come può, allora, il suo capo continuare a dichiararsi infallibile?
Ci sembra pertinente notare con Alberto Asor Rosa che la chiesa di oggi è la perpetua erede di quella di ieri; "una chiesa che dubita di aver dovuto mandare Girolamo Savonarola sul rogo nel 1498, ma non ha dubbi su se stessa oggi, ostenta il volto della tranquillità, della certezza, dellimpenetrabilità, fonda la propria autorità su di uno zoccolo dogmatico granitico, mostra di pensarla come quel pontefice della controriforma, il quale era solito dire "di non volere alcun principe per compagno; ma tutti per sudditi sotto questo piede".
Se Woytila insiste nel chiedere perdono per i torti di "alcuni cristiani" senza chiamare in causa gli stessi pontefici e la chiesa gerarchica, allora questa è "una chiesa triumphans che usa la ricorrenza giubilare come grandiosa cassa di risonanza del suo potere di oggi".
Luigi Caratelli