La Chiesa di Roma, per dimostrare che S. Pietro sia stato a Roma adduce dei testimoni. Segue L'esame di questi testimoni da parte di Luigi Desanctis, ex sacerdote cattolico.
Esame
dei testimoni, addottati dai teologi romani,
per provare che S. Pietro sia stato a Roma.
Non ammettiamo l'autorità dei padri per stabilire secondo essa le dottrine, ma nella nostra questione si tratta di un fatto; cioè se San Pietro sia stato o no a Roma. Quindi accettiamo i padri come testimoni del fatto.
Siccome non scriviamo solo per teologi, ma principalmente per il popolo, vogliamo rammentare alcuni elementari principi di critica per poter decidere coscienziosamente il valore delle testimonianze allegate dai teologi romani.
Si tratta di stabilire un fatto. Un fatto deve essere provato da testimoni.
1. Vi sono dei testimoni oculari. Questi meritano la più grande attenzione, perché attestano un fatto da loro veduto.
2. Vi sono dei testimoni che vivevano nel tempo in cui accadde il fatto, e lo hanno sentito raccontare da uomini probi che l'avevano veduto. Anche questi, se sono uomini intelligenti e virtuosi meritano gran fede.
3. Vi sono testimoni posteriori, che non hanno vissuto nel tempo che accadde il fatto, ma lo hanno udito raccontare dai vecchi che lo avevano veduto; ed anche questi meritano fede se tanto essi, quanto i vecchi che lo avevano veduto sono uomini probi ed intelligenti.
4. Finalmente vi sono testimoni assai posteriori al fatto, i quali lo raccontano, perché lo hanno sentito dire da altri che a loro volta lo hanno sentito dire; questi non possono essere ammessi come testimoni di un fatto transitorio.
Un'ultima avvertenza sui testimoni. Essi non devono essere interessati nel fatto che raccontano; poiché quando siamo interessati a sostenere un fatto ci facciamo delle illusioni, ed un bolla di sapone ci sembra una torre.
Ciò premesso, portiamo innanzi alla giuria i testimoni citati dai teologi romani.
I teologi romani citano S. Lino, il quale si vuole che fosse l'immediato successore di S. Pietro nel papato.
Questo testimonio sarebbe al di sopra di ogni eccezione. Ma S.
Lino non ha mai detto nulla di somigliante. I libri di S.
Lino citati per questa testimonianza, sono i due libri del
martirio di S. Pietro e S. Paolo i quali sono libri apocrifi,
per confessione anche dei critici cattolici romani.
Non è dunque S. Lino che si esclude come testimonio, ma la
testimonianza falsa attribuita a S. Lino.
Questo fatto, di avere fabbricato false testimonianze per sostenere un avvenimento, ci deve mettere in guardia sulle altre testimonianze, sapendo che abbiamo a che fare con uomini capaci di citare coscientemente documenti falsi per sostenere una cattiva causa.
Il secondo testimone oculare per provare la presenza di S. Pietro
in Roma è S. Clemente romano.
Cosa dice S. Clemente ? Citiamo la sua testimonianza nella
sua lettera ai Corinzi.
Clemente parla in quella lettera della persecuzione che i servi
di Dio hanno dovuto sostenere sempre ed ovunque, e cita gli
esempi di Abele, di Mosè, di Davide e di altri, poi dice: "Ma
lasciando da parte gli esempi dell'antichità, veniamo agli
atleti che furono vicinissimi a noi; prendiamo i nobili esempi
della nostra generazione. Per la gelosia e l'invidia furono
perseguitati e lottarono fino alla morte coloro che erano le più
grandi e le più giuste colonne; mettiamoci dinanzi agli occhi i
buoni Apostoli: Pietro, che per un'iniqua gelosia dovette
sopportare non uno o due, ma molti travagli e, resa cosi
testimonianza, raggiunse il posto a lui dovuto nella gloria. Per
la gelosia e la discordia Paolo mostrò come si consegua il
premio della pazienza; sette volte caricato di catene, bandito,
lapidato, fattosi araldo nell'Oriente e nell'Occidente, conseguì
nobile gloria per la sua fede; dopo aver insegnato la giustizia a
tutto il mondo, giunto fino agli estremi confini dell'Occidente
e, resa testimonianza dinanzi ai governatori, si staccò dal
mondo e pervenne al luogo santo, divenendo un modello grandissimo
di pazienza" .
Queste sono le parole di S. Clemente. Leggetele, rileggetele, consideratele quanto volete, e poi mi saprete dire se in quelle parole S. Clemente dica che S. Pietro sia stato a Roma.
Ed ecco i due soli testimoni che conoscevano S. Pietro, che
potevano parlare come testimoni oculari. S. Lino è citato
falsamente e l'altro non dice nulla. Nulla diremo della
testimonianza attribuita allo stesso S. Clemente nel libro delle
costituzioni apostoliche, essendo noto a tutti che quel libro non
è di Clemente, ma di oscuro scrittore a lui assai posteriore.
S. Ignazio martire, morì circa l'anno 110. Si cita la sua testimonianza per provare che S. Pietro fosse stato a Roma. Siccome S. Ignazio era stato discepolo degli Apostoli, noi accettiamo la sua testimonianza. Ma vediamo ciò ch'egli dice. La sua testimonianza è presa da una lettera ch'egli scrisse ai Romani. Bisogna, però, osservare in primo luogo che dotti critici della Chiesa romana ammettono che "le sette lettere di S. Ignazio vennero rielaborate nel IV secolo ed ampliate mediante appendici" .
Ciò basterebbe per non ammettere questa testimonianza. Ma
passiamo sopra ciò, e vediamo cosa egli dice. Ecco le sue parole:
"Scrivo a tutte le Chiese... io non vi comando come Pietro e
Paolo. Essi erano Apostoli, io sono un condannato; .." (Rom.
4,3).
Sembra impossibile dedurre da questo passo che S. Pietro sia
stato a Roma. Ma lo spirito di partito offusca la ragione, e
sovente anche la toglie. Se S. Ignazio avesse detto, come poteva
pure dire: "Io non vi comando come il Signore" si
sarebbe potuto dedurre che S. Ignazio testimoniava che Gesù
Cristo è stato a Roma? - Ed a questo proposito non sarà inutile
osservare che S. Ignazio scrive sette epistole prima della sua
morte a sette diverse Chiese, per prendere congedo da loro. In
sei di esse parla dei Vescovi e dà a ciascuno un particolare
saluto. In quella ai Romani non parla per nulla del loro Vescovo,
come se non vi fosse stato; eppure il Vescovo di Roma era il
Papa, era il suo superiore; ma neppure un saluto. Se da tale
dimenticanza prendessimo argomento per di dire che S. Ignazio non
riconosceva il primato del Vescovo di Roma, saremmo assai più
ragionevoli di coloro che da quella lettera prendono argomento
per sostenere la presenza di S. Pietro in Roma.
Cominciamo ora con i testimoni di minor conto; cioè coloro che avevano soltanto sentito dire dai discepoli degli Apostoli. Il primo fra questi è Papia.
Ma prima di esaminare la sua testimonianza, vediamo di quanta fede sia degno. Papia visse nel secondo secolo, e secondo la testimonianza di Eusebio fu discepolo di un anziano chiamato Giovanni. Egli scrisse cinque libri sui discorsi del Signore, che nessuno ha mai veduti. Eusebio stesso che cita quei libri, dice che Papia "era di piccolissima intelligenza, come appare dagli stessi suoi scritti".
Eusebio scrisse ancora: "nel numero delle tradizioni che Papia ci trasmette, si trovano alcune nuove parabole e predicazioni del nostro Signore, ed altre cose che sentono un poco troppo della favola" e quindi conclude che Papia "ha fornito, a molti scrittori ecclesiastici che lo hanno seguito, l'occasione di cadere in errore, allegando essi l'antichità di questo testimone". E non è solo Eusebio, ma tutti gli scrittori cattolici romani convengono in questo giudizio sopra Papia. Si potrà dunque ricevere la sua testimonianza?
Ma che cosa dice mai questo Papia? Eusebio nel libro secondo della sua storia ecclesiastica nei capitoli 14 e 15 riporta la tradizione del viaggio di S. Pietro a Roma. Quindi parla di un altro fatto, che i Cristiani di Roma vollero per iscritto la somma della predicazione di S. Pietro, ed allora l'Apostolo dettò il suo Evangelo a S. Marco. Dopo di ciò Eusebio dice: "Questo è quello che ci racconta Clemente nel libro VI delle sue istituzioni, e Papia Vescovo di Gerapoli ne rende egualmente testimonianza". - Ora noi domandiamo: di che cosa rende Papia testimonianza? Del viaggio di Pietro a Roma, o del Vangelo scritto da S. Marco?
La testimonianza dunque di Papia non può essere ammessa; primo: perché i suoi libri non esistono; secondo: perché Eusebio stesso che lo cita, lo chiama uomo di corto ingegno, e che ha scritto molte favole; terzo: perché tutti gli scrittori cattolici romani si uniscono al giudizio Eusebio sulla non attendibilità di cotesto testimonio; quarto: finalmente perché la sua stessa testimonianza è equivoca.
S. Ireneo, vescovo di Lione morto nel 202, è già
un testimonio assai poco valevole, essendo egli vissuto un secolo
almeno dopo la morte degli Apostoli. Eusebio dice che S. Ireneo
fu uno di quelli tratti in inganno da Papia. Noi sebbene stimiamo
S. Ireneo grandemente, come un martire, ed un zelante Cristiano,
non possiamo però prestare fede alla sua testimonianza , sia
perché egli non asserisce cosa di cui egli fosse stato
testimonio, sia perché non si mostra nei suoi scritti uomo di
sano discernimento. Fozio nella sua biblioteca cod. 120 parlando
degli scritti di questo santo dice "che per la sua strana e
superficiale maniera di ragionare, ha corrotto la semplicità e
l'esatta verità dei dogmi del Cristianesimo". I Cattolici
romani stessi accusano S. Ireneo di mancanza di criterio, perché
questo santo ammetteva il regno terreno di mille anni, la quale
dottrina è condannata come eresia nella Chiesa romana. Ed
affinché i nostri lettori abbiano un saggio del criterio di
questo santo, che si vorrebbe dare come testimonio di una cosa
ch'egli diceva avere sentita dire, citeremo le parole con le
quali egli descrive il millennio, secondo che, dice egli stesso,
lo aveva sentito descrivere da coloro che avevano conversato con
gli Apostoli. "Verrà il tempo nel quale nasceranno delle
viti ognuna delle quali avrà diecimila rami, ed ogni ramo
diecimila tralci, ognuno dei quali ne metterà fuori altri
diecimila più piccoli, i quali daranno diecimila grappoli
ognuno; ed ogni grappolo produrrà diecimila acini, ed ogni
grappolo darà venticinque misure (500 pinte = circa 500 lt.) di
ottimo vino.
Ed allorché un qualche santo andrà per prendere uno di quei
grappoli, il grappolo più vicino griderà: Io sono un grappolo
migliore, prendi me, e con me benedici il Signore. Nello stesso
modo ogni grano di frumento produrrà diecimila spighe, ed ogni
spiga conterrà diecimila grani, ed ogni grano dieci libbre di
eccellente e puro fiore di farina. Gli altri frutti e gli erbaggi
daranno frutto nelle stesse proporzioni" (S. Ireneo adv.
haer. lib. 5).
Ed un uomo che ardisce pubblicare tali cose come provenienti dalla tradizione dei discepoli degli Apostoli, avrà egli il diritto d'essere creduto?
Tutto questo basterebbe perché ogni uomo ragionevole, rispettando S. Ireneo come un martire coraggioso, escludesse la sua testimonianza in fatti storici, da esso non veduti. Ma pure cosa mai dice S. Ireneo a provare che S. Pietro è stato a Roma? Egli dice nel libro terzo contro le eresie che "quella Chiesa (la romana) fondata stabilita dai gloriosi Apostoli Pietro e Paolo, la quale ecc." Se non dicesse che questo, si potrebbe dire che egli ha errato. Ma non si potrebbe trovare nel suo scritto, materia per convincerlo di errore. Però egli stabilisce il tempo nel quale i due Apostoli erano insieme a Roma, e questo lo convince di errore. Egli soggiunse: "Scrisse S. Matteo tra i Giudei in lingua ebraica il suo Vangelo nello stesso tempo che Pietro e Paolo erano occupati ad evangelizzare in Roma, e a fondarvi la Chiesa".
Ora vediamo in quale epoca S. Matteo scrisse il suo evangelo. Il P. Calmet dice che l'opinione di S. Ireneo che S. Matteo scrivesse il suo Vangelo mentre Pietro e Paolo erano in Roma, non può in modo alcuno sostenersi.
Il cardinale Baronio fissa l'epoca della composizione
dell'Evangelo di S. Matteo all'anno 41. A questa opinione si
associa il P. Calmet, il quale dice che in tutti i più antichi
manoscritti greci è indicata quella data.
Il P. Tillemont crede che quel Vangelo fosse scritto dall'anno 36
al 38.
Sebbene sia cosa difficilissima fissarne la data precisa, pure è cosa certa che l'Evangelo di S. Matteo fu scritto prima degli altri. Gli Atti apostolici dimostrano che S. Pietro non si mosse dall'Oriente in quel tempo. Dunque è falso ciò che dice S. Ireneo.
Ma S. Ireneo è un santo, è un martire di Gesù Cristo. Perciò desideriamo essere bene compresi quando diciamo che ciò che egli ha detto è falso. Non vogliamo dire ch'egli abbia mentito, ma ch'egli in buona fede ha creduto un fatto che non era vero, e lo ha in buona fede dato come buona merce. Un errore non è una menzogna.
Potremmo facilmente rispondere alle testimonianze dei padri che vengono dopo S. Ireneo, ma ce ne asteniamo, perché non stimiamo necessario rispondervi. Difatti trattandosi di un fatto storico, i testimoni posteriori debbono aver presa la loro testimonianza dagli anteriori. Visto che i primi testimoni non provano nulla, cosa possono provare coloro che testimoniano averlo udito da quelli?
(L'esame dei testimoni addottati dai teologi romani è preso dall'opera di L. Desanctis "Il Papa" capitolo VI ediz. 1864 Tipografia Claudiana)
La presenza di Pietro in Roma sembra parimenti esclusa durante la prigionia (61-63) di Paolo; altrimenti non si capirebbe il silenzio più assoluto nel racconto degli Atti e nelle lettere della prigionia. ... bisogna ammettere che i documenti a nostra disposizione non permettono di rappresentarci un soggiorno continuo per un lungo periodo di tempo [Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora, seconda ediz., Nov. 57 Editrice Studium - Roma, pag. 463].
Volendo pur concedere che Pietro abbia visitato per breve tempo Roma e vi abbia subìto il martirio, dobbiamo affermare che ciò non costituisce alcuna superiorità della chiesa di Roma sulle altre chiese. La presenza o meno di Pietro a Roma non ha alcuna importanza agli effetti della salvezza secondo l'insegnamento apostolico.
Invece è importantissimo, che tu, che hai letto queste righe, sei stato salvato per grazia, per i meriti di Cristo e ne sei certo (Ef. 2:8; 1. Gv. 5:13). Nessuna Chiesa può offrirti la salvezza. "Non vi è sotto il cielo alcun nome per mezzo del quale dobbiamo essere salvati al di fuori del nome di Gesù" (S. Pietro ai capi del popolo d'Israele - Atti 4:12).
Pietro è stato vescovo di Roma?
Pietro
era il primo Papa?
Esiste
nella Chiesa un primato umano?