Taciansi le donne nelle Assemblee

Introduzione

Le sorelle sono tanto membra del corpo di Cristo quanto i fratelli e possiedono perciò ”un dono”. Il possesso di un dono implica la responsabilità di usare il dono per l’utilità della Chiesa. Il problema che vogliamo affrontare non è se le sorelle hanno un dono e dove lo possono ”esercitare” o ”non esercitare”, perché proporre un canto, pronunciare una preghiera o leggere un brano della Scrittura non ha niente da fare con l’esercizio di un ”dono”.
Ci vogliamo occupare della domanda se una donna può partecipare pubblicamente nell’assemblea al ministero ed esprimersi come un uomo. O detto in modo diverso: ”fino a che punto va il tacere o il stare in silenzio di cui parla l’apostolo Paolo in 1° Co 14:34 e in 1° Ti 2:12?”
Nel ”movimento dei fratelli” fino a poco fa non esisteva questa domanda. Era scontato che una donna doveva tacere nell’assemblea della chiesa.
Nell’ultimo tempo le cose sono cambiate. Ci sono delle assemblee nelle quali è permesso che le sorelle propongono degli inni, leggono dei passi dalla Bibbia e pregano ad alta voce.
Non perché le cose sono state sempre così dobbiamo continuare a farle. Se ci convinciamo che la Bibbia insegni diversamente di quello che abbiamo concepito e praticato fin ora, le cose dovrebbero essere indicato in modo ”chiaro” nelle Scritture. Se invece ci vengono proposti dubbiosi nuovi concetti, allora diciamo con uno slogan del traffico riguardante il sorpasso: ”In caso di dubbio …mai”.
Lo sviluppo delle cose suscita in noi la convinzione che non possiamo più tacere, ma che dobbiamo dare alla fratellanza che non hanno approfondito il problema una mano:
A. abbozzando la radice del problema;
B. controllando con la Scrittura gli argomenti che vengono usati per promuovere le nuove convinzioni (logicamente con la visione che abbiamo noi in questo argomento);
C. prendendo in considerazione le possibili posizioni che possono essere presi nei confronti di coloro che rimangono fermi nell’opinione non condivisa da noi.

A. LA RADICE DEL PROBLEMA

In che cosa accordiamo con altri
Prima di parlare delle differenze vogliamo indicare in che cosa accordiamo con altri. E’ sempre più bello occuparsi delle cose che abbiamo in comune che delle cose che ci differenziano, anche se non potremo fare a meno di occuparcene. Per quanto sappiamo tutti coloro che fanno parte del nostro movimento sono d’accordo che una sorella non dovrebbe insegnare nell’assemblea e che non dovrebbe occupare una posizione d’autorità e di conduzione.

Quale è la radice del problema?
Accanto alle menzionate concordanze ci sono differenze di opinioni su come interpretare 1°Cor 14:34.
Ci sono coloro che pensano che questo versetto si riferisca soltanto all’insegnamento tramite sorelle e non al proporre dei canti o al pregare e che perciò sostengono o permettono un tale ministero delle sorelle.
Prima di tutto vogliamo tenere presente che per quasi ogni tema biblico si possono trovare degli argomenti pro e contro nella Scrittura. La domanda non è se si può produrre degli argomenti per una certa opinione, ma se (eventuali) argomenti contro hanno un maggiore peso.
Le argomentazioni che parlano contro sono più forti che gli argomenti che parlino per una introduzione di questa pratica e non sono in linea con la strutturazione del testo.
1° Cor. esprime un ordine del Signore. Si deve avere degli argomenti molto buoni per permettere delle eccezioni a dei comandamenti di Dio. Di fronte ad un ordine del Signore la prima domanda deve essere: ”Facendo ciò sono sicuro che non trasgredisco in nessun caso questo ordine?” Chi ha il minimo dubbio non dovrebbe assolutamente farlo.

Indichiamo in corsivo e rosso gli argomenti che i fratelli portano in favore per un ministero delle sorelle. Non tutti gli argomenti che considereremo hanno lo stesso peso e non tutti i sostenitori della prassi, da noi rifiutata, usano tutti questi argomenti.

B. VALUTAZIONE DEGLI ARGOMENTI

Lo stare in silenzio menzionato in 1Tim 2:11-12 si riferisce al ”non insegnare” e al ”non usare autorità sull’uomo”. Non ha niente da vedere col pregare o proporre inni. Al contrario indica che le donne dovrebbero pregare essendo vestiti in modo decente. La parola ”allo stesso modo” si riferisce alla preghiera delle sorelle.

Il pensiero che Paolo dia in questo capitolo delle prescrizioni separate per uomini e donne (gli uomini devono pregare in quanto alzano mani sante e le donne con vestiti decenti) grammaticalmente non è sostenibile. Dal verbo principale ”io voglio” del versetto 8 dipendono due strutture con un verbo secondario. Il primo è ”pregare” e l’altro ”adornare”. Non sta scritto che ”allo stesso modo” (io voglio) che le donne preghino in vestiti decorosi, ma ”allo stesso modo” voglio che ”donne si adornino con vestiti decorosi …”.
Da questo brano non possiamo dedurre che Paolo vuole che le donne preghino nelle adunanze ad alta voce.

In questo testo non viene proibito alle sorelle di pregare. Come in Efes. 5:23 non viene detto che le donne non devono amare i loro mariti dato che non viene detto niente in questo versetto dell’amore della donna per il suo marito.

In questo capitolo Paolo sottolinea la primaria importanza della preghiera (1),
spiega le sue varie forme (1b),
spiega per chi bisogna pregare e per quale motivo (2-7);
e conclude: ”Voglio dunque che gli uomini (con articolo) preghino”,
specificando dove e come: ”in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.”
Se Paolo sottolinea il dove e il come della preghiera per gli uomini evidentemente c’era il bisogno. In questa lettera Paolo spiega a Timoteo come conviene comportarsi nella casa di Dio (3:15). Si potrebbe dedurre che Paolo sottolinea ”in ogni luogo” perché le donne non potevano pregare ”in ogni luogo”. Però ciò è una deduzione.
Il proseguimento di Paolo ”allo stesso modo le donne (senza articolo in greco) si adornino con vestiti decorosi” ecc. e: ”una donna impari in silenzio” ecc. introduce un cambiamento di tema. Senza dubbia v’era una ragione per cui proseguì in questo modo, ragione che ci sfugge, non avendo altre informazioni.
Qualcuno afferma che Paolo ordina che gli uomini devono pregare in ogni luogo, ..ecc. perché non lo facevano, mentre le donne dovevano essere esortati in questi altri due campi.
Il capitolo due fa parte del capitolo precedente, da dove prende Paolo l’esortazione di pregare. Certo, Paolo fa riferimento a problemi esistenti. Ma trovo difficoltà a tirare il proposto riassunto. Per me, Paolo, pur riferendosi a problemi esistenti, evidenzia nel capitolo delle responsabilità nella chiesa per gli uomini e per le donne. All’uomo viene imposto come responsabilità principale di pregare.

Tutte le sorelle sono come i fratelli membra del corpo di Cristi e hanno perciò un dono. Vi sono perciò anche donne che hanno il dono dell’insegnante, del profeta ecc. Loro devono avere la possibilità di esercitare questi doni.

Giustamente anche donne, come membra del corpo di Cristo, possiedono dei doni. Rimane aperto se alle sorelle vengono dati ”tutti” i doni. Per esempio: Gesù ha chiamato soltanto degli uomini nel cerchio degli apostoli. La domanda centrale rimane se le sorelle possono esercitare i loro doni nell’assemblea pubblica (1Cor 14:34). In Atti 18:24-26 ci viene riportato che Priscilla era coinvolta nella conversazione con Apollo.


I Ti 2:11-12 non parla del rapporto di uomo e donna in generale, ma del rapporto matrimoniale. Una donna non deve usare autorità sull’uomo. Ciò si vede dal fatto che viene parlato di Adamo ed Eva che avevano un rapporto matrimoniale.

Nel versetto 8 e 9 si parla di uomini e donne e non del matrimonio. Non sta scritto che le ”loro” donne devono ornarsi ecc.; manca perfino l’articolo davanti a donne. Vedi anche il versetto 10. Si tratta qui del genere: donne. Nel versetto 11 e 12 Paolo parla di ”una” donna e di ”un” uomo e non del ”suo” marito. Vi è perciò una differenza in merito a Ef 5:22-33. Lì si usa il pronome possessivo che è ancora rafforzato con l’aggiunta di ”proprio” (v. 22, 28, 33). Considerando il contesto questa aggiunta non sarebbe stato nemmeno necessario. Se in I Tim. 2 Paolo si riferisse ai ”loro” uomini o ai ”loro propri” uomini = mariti ciò sarebbe necessario per comprenderlo
Con questo non affermo che ciò che è specifico per il rapporto di autorità nel matrimonio valga anche in senso generale per il comportamento di un uomo nei confronti di una donna. Ma lo specifico non esclude il principio generale. Se una donna non dovrebbe regnare sul proprio uomo (marito) sarebbe giusto che governerebbe su un altro uomo?
Secondo la nostra comprensione Paolo insegna in 1° Timoteo 2:11-12 che una donna non dovrebbe fare da maestra parlando con autorità, mandando gli uomini presenti sul banco degli scolari. Non dobbiamo perdere di vista il rapporto fra ”insegnare” e ”usare autorità” in questo ordine.


I Co 11:3-9 parla del comportamento della donna nell’assemblea. Questo brano si trova fra le prescrizioni di I Co 10:14 seg. (che parla del rompere il pane) e I Co 11:17 (che parla della cena del Signore) e riguarda perciò le riunioni della chiesa.

Questo ragionamento non è giusto per le seguenti ragioni
(a) In I Co 10 il tema generale è il culto degli idoli (vedi v. 7 e 14). In questo contesto l’apostolo indica l’impossibilità morale di avere la comunione col Signore e quella dei demoni. La comunione col Signore è fondata sulla sua morte, per mezzo della quale siamo diventati un corpo (vers. 16-17) che ci separa completamente dalla comunione con gli idolatri. Paolo prosegue indicando l’impossibilità morale di partecipare sia al tavolo del Signore che al tavolo dei demoni (vers. 20-22). Questo brano perciò non parla di riunioni della Chiesa, ma si rivolge in modo personale ad ogni credente con l’avvertimento che non si può partecipare alla tavola del Signore e alla mensa dei demoni.
(b) Dopo Paolo continua col tema dell’idolatria. I credenti di Corinto potevano essere confrontati inaspettatamente con questo problema e dovevano evitare di mangiare la carne quando gli fu detto che si trattava di carne sacrificata agli idoli. Si doveva evitare a scandalizzare sia i Giudei, che i Greci, che la chiesa di Dio (vers. 28-32). Qui si parla della chiesa di Dio in senso generale, senza alcun accenno ad una riunione. Un credente è sempre membro della Chiesa anche quando esce per fare degli acquisti o mangia qualcosa in qualche posto. Il capitolo 10 termina parla della chiesa universale, ma non d’una adunanza della chiesa locale.
(c) L’insegnamento di I Cor. 11:2-16, in merito al coprirsi o meno il capo, trova la sua applicazione anche nelle adunanze, ma dedurre sia da questo principio che dal versetto 16 che Paolo parli in questo capitolo della preghiera delle donne nelle assemblee è una deduzione non dimostrabile . Il versetto 16 dice solamente che Paolo e i suoi collaboratori, né le chiese di Dio abbiano l’abitudine di litigare.
(d) Soltanto dal versetto 17 in poi il discorso riguarda la riunione della chiesa. Il versetto non si riferisce al precedente discorso ma al seguente.


La parola ”tacere” in I Co 14:34 non è assoluto, allora le sorelle non potrebbero nemmeno cantare o rispondere con Amen a una preghiera degli uomini.

Il contesto grammaticale indica in modo molto chiaro che nei precedenti due casi le persone hanno parlato prima di tacere (perciò il tacere non è usato nel senso assoluto, nel senso che non possono mai parlare nell’adunanza, ma solo nei casi specifici indicati dall’apostolo). Mentre il contesto riguardante le donne specifica che il tacere indica un ordine assoluto, non solo quando si verificano circostanze specifiche e si riferisce ad un luogo specifico ”nelle assemblee” (vers. 34). Non devono smettere a parlare, ma non devono affatto parlare.
L’obiezione che se l’ordine di tacere per le sorelle fosse assoluto non potrebbero nemmeno cantare insieme agli uomini o dire Amen non ha senso. Qui Paolo non parla di quello che uomini e donne fanno insieme ma parla di attività o esternazioni di singole persone per l’edificazione della chiesa.
Il tacere e non parlare si riferisce alle attività menzionate nei versetti 26-31 e non alle spiegazioni che seguono.


Il versetto 35 ”interroghino i loro mariti a casa” sta in rapporto all’interrompere il servizio dei profeti e nell’interrompere il proprio marito. Non è in vano che sta scritto che devono chiedere il loro proprio marito. Paolo sapeva sicuramente che vi erano anche delle sorelle che non avevano marito; perché non dice quello che devono fare loro?

Dietro questo argomento si nasconde il pensiero che il versetto 29 riguarda una pubblica discussione su quello che hanno detto i profeti, che le donne non dovrebbero interrompere il loro proprio marito, che Paolo proibisce qui alle donne solo di partecipare al giudizio pubblico dei profeti.
(a) Non è dimostrabile che il ”giudicare” del versetto 29 abbia il significato di una pubblica discussione, ma che coloro che ascoltano dovrebbero ascoltare in modo critico. Per dirlo in altre parole non dovrebbero ingoiare tutto senza masticarlo. Paragoni I Te 5:20-21. Non viene detto niente quando, come e dove dovrebbe eventualmente essere dato una correzione.
(b) Dopo il versetto 29 Paolo continua a parlare del servizio dei profeti e non della valutazione del loro servizio. Il loro servizio viene indicato come ”profetare” (vers. 31) che è l’ultima attività del parlare che viene menzionata prima che parla nel versetto 34 seg. che le donne devono tacere. I versetti 34 e 35 sono troppo lontani dal versetto 29 per essere collegati.
(c) L’espressione ”se vogliono imparare qualcosa” esprime che quando hanno una domanda in merito a qualcosa che non è chiaro per loro e vogliono essere informati e non che stavano interrompendo o giudicando un discorso profetico. Ora pure il domandare, per imparare qualcosa non è permesso ad una donna durante un’assemblea.
(d) L’ordine non riguarda soltanto donne sposate.
(e) Nel versetto 34 non sta scritto ”le vostre mogli tacciano ..” che potrebbe dare qualche credito al pensiero espresso, ma ”le donne”, vuol dire in generale. Non dovremmo cercare di far dire di più alla Scrittura quello che non dice ma neanche meno. Nulla indica che nel versetto 34 c’è un ordine che riguarda le donne sposate. Lo stesso vale per il versetto 35 ”una donna ...”

(f) Spesso viene detto in merito a questo brano che: le donne greche volevano discutere con i loro mariti pubblicamente e che Paolo voleva prevenire a tali atteggiamenti. In I Co 14 si trova alcuna indicazione in merito. Perciò queste osservazioni sono pure speculazioni.


Osservazioni su 1Cor 14:26-40
Il versetto 34b e 35 potrebbe fare intendere che Paolo non vuole proibire alle donne di pregare in chiesa ma solo di non esercitare dell’autorità (siano sottomesse) e di non interrogare i loro mariti durante la riunione, ma di aspettare con questo fin tanto che sono a casa.

La strutturazione del testo non permette una tale interpretazione. L’ordine di tacere nelle assemblee è assoluto che viene sottolineato con le parole ”non è loro permesso di parlare” e ”è vergognoso per una donna parlare in assemblea”.

In merito a 1Tim 2:1-15 si osserva che
L’espressione io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo si riferisce non solo agli uomini ma anche alle donne, in quanto ”uomini” può significare maschi e femmine. Ciò sarebbe rilevabile dal fatto che dopo Paolo cambia tema. Egli parla del come le sorelle dovrebbero vestirsi e che dovrebbero imparare in silenzio, come in 1Co 14 e che non dovrebbero usare autorità sul marito.

La parola uomo può significare anche genere umano. Se si deve intendere l’uno o l’altro si comprende dal contesto. E’ ovvio che il contesto non permette la comprensione del secondo senso.


Se si prende letteralmente il dover tacere allora bisogna dedurre che le sorelle non dovevano ricevere un’istruzione nella chiesa ma soltanto a casa.

Il versetto 35 dice che una donna non dovrebbe fare delle domande nella chiesa col desiderio di voler imparare qualcosa. L’apostolo dice che ciò dovrebbe essere fatto nell’atmosfera privata. Ma quando un profeta o un dottore dà degli insegnamenti nella chiesa le sorelle ne usufruiscono tanto quanto gli uomini. Perciò non si tratta che le sorelle non dovrebbero imparare niente nella chiesa. Si tratta che in seguito a quello che è stato detto non facciano delle domande per comprendere quello che non fosse chiaro per loro.
Intanto il proporre degli inni, come il profetare o pregare appartiene alle attività di conduzione e edificazione.

C. POSSIBILI COMPORTAMENTI

Il nostro problema riguarda l’interpretazione di comandamenti del Signore. Nasce perciò la domanda se vogliamo essere ubbidienti al Signore.
Leggiamo nella Scrittura che i forti nella fede dovrebbero stare attenti alla coscienza dei deboli e non insistere sui loro diritti, in quel caso non camminano secondo l’amore (Ro 14:15).
Possiamo dire che coloro che vogliono promuovere l’attività delle sorelle nelle pubbliche adunanze hanno la certezza assoluta di avere la ragione?
Si sentono più spirituali a coloro che non riescono a seguire il loro modo di interpretare le Scritture?
Si tratta di un problema di coscienza davanti a Dio?
Pensano di diventare colpevoli davanti a Dio se non introducono questo modo nelle adunanze?

Abbiamo delle riserve in merito al loro modo di interpretare le Scritture.
Se queste persone si sentono ciononostante da parte della ragione non dovrebbero cautelare la coscienza delle persone che hanno delle obbiezioni?
Se queste cose vengono introdotto in un’assemblea si presentano due situazioni.
Ci sono dei credenti che non sono sicuri che con questo s’introduce una direzione più biblica.
E poi ci sono coloro che non possono vivere con questa introduzione e che vengono obbligati di cercarsi un’altra assemblea.

Si risponde: non permettendo alle sorelle di partecipare attivamente al culto ci possono essere altrettanto coloro che non sono d’accordo e vengono pure obbligati di cercarsi una chiesa dove possono pregare pubblicamente.
Noi riteniamo che queste due possibilità non sono equivalenti. La coscienza dei singoli non è una norma assoluta. Essa deve essere formata dalle Scritture. Abbiamo evidenziato che esistono una serie di obbiezioni all’introduzione di questa prassi. E consideriamo che non si tratta qui di qualcosa che sorelle dovrebbero fare per non diventare colpevoli ma di qualcosa che non dovrebbero fare per non essere trasgressori di ordini divini.

Che una donna nell’adunanza non dovrebbe pregare ad alta voce, si può dedurre dal fatto che in 1Co 11:4-5 pregare e profetare vengono messo sullo stesso piano mentre in 1Co 14:34 il parlare in lingue e il profetare vengono proibiti a loro nell’assemblea.

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